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Rinnovabili elettriche: abbiamo i piani, abbiamo gli obiettivi, ora servono le installazioni

di Mario Motta, Membro del Comitato Esecutivo ATE e Gianluca Ruggieri, Ricercatore all’Università dell’Insubria

 

Tutti gli scenari energetici mostrano per l’Europa un processo di elettrificazione ineludibile lungo il cammino della decarbonizzazione dell’economia. Le rinnovabili elettriche già oggi costano meno dei corrispettivi fossili e, in prospettiva, sono la soluzione più economica per aumentare la quota FER nel sistema energetico europeo.

Tutti coloro che hanno fatto dei conti, per l’Italia, cercando il mix tecnologico ottimale (economicamente) per raggiungere la neutralità climatica hanno individuato nel fotovoltaico (e in parte nell’eolico) la tecnologia che dominerà l’approvvigionamento energetico del futuro. A conferma di ciò basta dare uno sguardo ai numeri contenuti nei due principali documenti di pianificazione energetica e climatica approvati a livello nazionale: il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) e la Strategia di Lungo Termine al 2050 (LTS 2050), nei quali si stima che in Italia il parco PV installato dovrà raggiungere 50 GW al 2030 (più del doppio di quanto fatto sino ad ora) e circa 300 GW al 2050.

Negli ultimi 15 anni l’efficienza dei moduli solari è aumentata così come è aumentata l’efficienza dei processi industriali di produzione: grazie a queste dinamiche sono quindi diminuiti i costi di produzione dell’energia solare in termini di centesimi di euro a chilowattora. Gli sforzi di ricerca e sviluppo degli ultimi decenni spiegano l’aumento di efficienza. E l’elettricità dal sole oggi è davvero a buon mercato. I costi in media in Europa sono tra i 5 e i 10 centesimi per chilowattora. Venti anni fa i moduli si pagavano 3€ per watt, oggi costano 20 centesimi; una riduzione del costo di oltre il 90%. Gli impianti fotovoltaici di piccola dimensione per le utenze residenziali 20 anni fa richiedevano un investimento tra 7000 e 8.000 € per kW di picco, oggi tra 1000 e 1500€.

Che politica ha favorito questa enorme riduzione dei costi?

L’Italia è stata, insieme alla Germania, nei primi anni 2000, pioniere nella creazione di un mercato nazionale fiorente del fotovoltaico, con il corpo di norme e incentivi che è passato alla storia come il “Conto Energia”. Il quadro normativo di incentivazione adottato da Germania e Italia non solo favorì la creazione del primo e più grande mercato per le tecnologie fotovoltaiche all’interno dell’Europa ma fu lo strumento indiretto di creazione di una filiera globale, facendo precipitare i costi di produzione e rendendo l’energia elettrica accessibile a milioni di persone che non potevano usufruirne prima (ad esempio nell’Africa sub sahariana).

Ma da allora che misure sono state adottate a livello nazionale per supportare le rinnovabili elettriche?

In realtà molto poche, quasi nulle dal 2013. Abbiamo attuato una politica miope, non riuscendo a sfruttare il vantaggio competitivo, accumulato nel corso dei primi  anni duemila. Anzi siamo stati capaci di invertire la tendenza virtuosa del passato facendo precipitare, rispetto ad altri paesi Europei, il livello annuale di nuove installazioni di fotovoltaico, con evidenti ripercussioni sul sistema paese.

Basti pensare al recente aumento delle bollette elettriche. In Italia, il mix di produzione è dominato da impianti a gas; di conseguenza, i recenti aumenti delle tariffe elettriche, sui quali il prezzo del carbonio ha inciso marginalmente, sono dipesi in gran parte dall’aumento del prezzo del gas naturale. Se avessimo avuto più rinnovabili elettriche avremmo sofferto meno. Più rinnovabili e maggiore efficienza energetica costituiscono la via da percorrere, economicamente già conveniente oggi.

Purtroppo però, aldilà delle “timide” misure attuative che si intravedono all’orizzonte (come ad esempio il dovuto recepimento della Direttiva europea REDII, arrivato con sei mesi di ritardo senza contare gli ulteriori sei che saranno necessari per i decreti attuativi) non è dato sapere “come” l’attuale governo intenda massimizzare la quota di rinnovabili elettriche nel più breve tempo possibile. Né risulta chiaro perché al MITE non si eviti di creare ulteriori ritardi per i nuovi progetti (secondo Legambiente ci sono già 110 GW di richieste di connessione pendenti presso Terna) che sono in attesa del parere della commissione tecnica PNIEC-PNRR, prevista dal decreto Governance e semplificazioni (approvato a fine luglio) e non ancora operativa.

Sarebbe utile che il Ministro Cingolani prima di impegnarsi in roboanti annunci sulla imminente “revisione” al rialzo dei target al 2030 (70 GW addizionali di rinnovabili elettriche), iniziasse a spiegare nel concreto come intende raggiungere gli obiettivi “attuali”: ovvero “triplicare” la produzione esistente da fotovoltaico (da quasi 25 ai 75 TWh al 2030) e raddoppiare la potenza eolica ad oggi installata (da quasi 11 GW a 19,4 GW al 2030). Ad esempio rispondendo alle richieste di Elettricità Futura di sbloccare entro l’estate 2022 almeno 60 GW di impianti che attendono autorizzazione e potrebbero essere realizzati entro 3 anni.

La posizione del Ministro non deve però stupire, chi segue la politica nazionale è abituato a sentire molto parlare della definizione di nuovi obiettivi (lontani nel tempo, il cui raggiungimento spetterà sempre ad uno dei governi successivi) ma molto poco del “come” fare le cose, di che politiche si ha intenzione di attuare.

Da cosa possiamo partire?

Dobbiamo iniziare a chiedere a gran voce alle amministrazioni centrali competenti (in testa il MITE), il monitoraggio costante e puntuale, anche in termini di costo-efficacia, delle politiche “attuative” sulla decarbonizzazione per valutarne gli impatti, individuarne gli eventuali limiti, al fine di promuovere azioni correttive ove necessario. A questo proposito potremmo partire dall’applicazione dell’esistente (ancora inattuato dopo due lunghi anni): il PNIEC prevede l’istituzione di un Osservatorio al quale partecipano tutti i Ministeri competenti, le Regioni ed i Comuni e gli istituti di ricerca, che è tenuto a produrre un rapporto annuale da presentare al Parlamento sullo stato di attuazione delle misure in materia di decarbonizzazione nonché la creazione, da parte del GSE, di una piattaforma di monitoraggio.

Non sarebbe stato utile se le amministrazioni e il Parlamento, prima di approvare il PNRR e scegliere se finanziare o meno alcuni investimenti, avessero avuto a disposizione le informazioni sugli impatti e sulla bontà delle misure messe in campo in questi ultimi anni?

Certamente si, ma purtroppo nessun esito del monitoraggio dell’impatto delle misure recenti era disponibile. Il monitoraggio sarebbe invece fondamentale per poter evitare di ripetere errori nella fase estremamente delicata dell’attuazione delle misure previste dal PNRR, errori che potrebbero pregiudicare la riuscita complessiva del piano. Avere un presidio di analisi, controllo e retroazione sull’azione del dicastero della Transizione Ecologica è fondamentale se si vogliono ottenere risultati e non solo titoli sui giornali: soprattutto quando gli obiettivi diventano più ambiziosi. Questo è particolarmente importante per le misure che verranno finanziate dal PNRR. I finanziamenti europei saranno infatti ottenuti soltanto se le opere previste saranno effettivamente realizzate e non semplicemente ipotizzate in dichiarazioni pubbliche.,

Per tutti questi motivi, in una fase complessa di grande cambiamento come quella attuale, è prioritario, soprattutto per chi dimora in area ecologista, cambiare i termini del dibattito pubblico, spostando l’attenzione sull’attuazione delle politiche, invertendo la tendenza a parlare solo di obiettivi e inaugurando con pragmatismo la nuova stagione della “messa a terra” delle politiche per la transizione ecologica.