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Perché per noi il nucleare non è una fonte energetica sostenibile

a cura del Comitato di Coordinamento ATE

Nel mondo ci sono oltre 500 reattori nucleari, la maggior parte di seconda generazione, costruiti tra gli anni ’80 e ’90 in una trentina di paesi, con Stati Uniti, Francia e Giappone a fare da guida. Queste nazioni (ma anche noi ne sappiamo qualcosa) stanno affrontando problemi non banali, come la produzione e il trasporto di uranio arricchito, la gestione delle scorie radioattive e la costosa e complessa dismissione degli impianti obsoleti, ragione per la quale cercano di allungare il più possibile la vita utile di tali impianti. Chi ha investito nel nucleare vorrebbe continuare su questa strada e, in effetti, stanno nascendo nuove centrali della “terza generazione”. Anche se la storia ci ha insegnato che sono decisamente più le ombre che le luci a mergere da quasi 70 anni di energia nucleare nel mondo, i sostenitori dell’atomo sono pronti a rilanciare il settore con le centrali di IV generazione.

Chi sostiene il nucleare lo fa partendo da esperienze e punti di vista diversi, utilizzando argomentazioni a volte plausibili ma, il più delle volte, non veritiere. Ci sono gli “inflazionisti”, secondo i quali i recenti rincari di gas ed elettricità sarebbero da imputare alla eccessiva fiducia nelle rinnovabili. Inutile perdere tempo a discuterci. I “complottisti” invece, affermano che chi è contrario al nucleare rappresenta un nemico del progresso, prigioniero di vecchie ideologie, corroborando le loro tesi con le posizioni a volte riduzioniste di una certa parte dei movimenti ecologisti. Ai complottisti si potrebbe spiegare che tra i contrari al nucleare c’è il premio Nobel per la fisica Giuseppe Parisi, ma probabilmente non servirebbe a nulla.  Abbiamo poi i più preparati, i “tecnologici”. Per loro il nucleare è una buona opzione, punto. Di notte non c’è il sole, il vento non soffia sempre, i sistemi di accumulo non sono pronti e con le sole rinnovabili non ce la faremo mai ad arrivare all’obiettivo emissioni zero senza compromettere il funzionamento del sistema industriale. Che ci credano veramente o che facciano gli interessi di chi con il nucleare vuole guadagnare, poco importa.  I tecnologici non vogliono sentir parlare dei rischi associati all’energia dell’atomo. Quando lo fai, minimizzano e ti spiegano che le prossime centrali saranno pulite e sicure, anche se non si sa bene su quali basi lo affermino.  Infine, c’è il gruppo degli “universalisti”, che invoca la neutralità tecnologica. Perché escludere il nucleare? Secondo loro serve un approccio flessibile, che lasci aperte le porte a tutte le sperimentazioni in atto. Difficile contestare questo principio che però, nel caso specifico del nucleare, suona tanto di falsa lungimiranza. Non si tratterà di persone che non sanno decidere, non vogliono decidere o che non hanno idea di come si fa a fare la transizione energetica puntando davvero sulle fonti rinnovabili? L’idea di aprire all’energia nucleare in virtù di un approccio flessibile alle tecnologie disponibili è strumentale e miope. Strumentale, perché l’energia non è soltanto una merce che si compra e si vende a prescindere dalla tecnologia che la produce, ma una risorsa il cui ciclo di vita ha impatti importanti sulle condizioni di salute dell’umanità e del pianeta. Miope, perché abbiamo meno di dieci anni per dare un taglio decisivo alle emissioni di gas serra e il nucleare di IV generazione arriverà a tempo scaduto.

In realtà, chi sostiene che con le sole rinnovabili (senza nucleare) non sarà possibile fare la transizione energetica confonde fattibilità con capacità. Decarbonizzare l’economia al 2050 con le sole rinnovabili è complesso ma fattibile. Lo dimostrano le decine di studi e piani nazionali e internazionali che descrivono il percorso da compiere, gli obiettivi intermedi da raggiungere e gli strumenti di transizione da adottare (incluso il gas naturale). La vera questione, quindi, è se ne saremo capaci, in termini di visione, competenze, capacità realizzative, coerenza, determinazione e coraggio.

Vediamo ora perché la quarta generazione del nucleare per noi non è la via da seguire.

La quarta generazione

La ricerca tecnologica in questo campo è promossa dal Forum Internazionale GIF di cui fanno parte, tra gli altri, Cina, Giappone, Russia, Francia e Stati Uniti, tutti impegnati a sfruttare i brevetti industriali di casa loro. Dopo decenni di studio siamo molto lontani da risultati concreti.  Sono in fase di sperimentazione ben sei differenti tecnologie, alcune basate su reattori termici, altre a neutroni veloci, con impiego di differenti fluidi di raffreddamento, dall’elio al sodio, dai sali fusi al piombo. Quale sarà la strada giusta?

Mentre queste sperimentazioni sono in corso, la crisi climatica incalza e non possiamo aspettare il 2040 per scoprire se una di queste tecnologie produrrà i risultati attesi. Quant’anche in futuro si dovessero riscontrare progressi significativi dalle ricerche sul nucleare di quarta generazione sotto il profilo della sicurezza, della riduzione delle scorie radioattive e della possibilità di sottrarsi alla proliferazione nucleare per uso militare, saremo sempre in presenza di fissione nucleare, ottenuta da combustibili quali uranio e plutonio.

Partiamo dalla questione sicurezza. Non esistono macchine sicure o che non si guastano mai e ciò vale anche per i reattori di quarta generazione che funzionano con questi elementi altamente radioattivi. Anche se l’acqua refrigerante viene sostituita da fluidi che consentono di lavorare a temperature più alte e pressioni più basse, la fissione dell’atomo lascia irrisolti i problemi strutturali di sicurezza del nucleare di II e III generazione.

C’è poi il tema delle scorie radioattive. I reattori a fissione, anche quelli di quarta generazione, si basano su reazioni che producono isotopi di elementi chimici instabili e radioattivi e che da qualche parte vanno messi. Dove? Per quanto tempo? Si tratta di scorie nocive per la biosfera e gli esseri umani. Si possono trovare dei siti di stoccaggio, finanziarne la realizzazione, ma non si può comprare la certezza che nel futuro non si verifichi un incidente.

Infine, abbiamo già accennato al tempo che non abbiamo per combattere la grande crisi climatica. Anche se accettassimo i rischi per la nostra sicurezza e ci facessimo carico del problema delle scorie radioattive, quando potrebbero entrare in produzione le nuove centrali nucleari di IV generazione? Gli ottimisti che sostengono il nucleare dicono nel 2030, più probabilmente sarà nel 2040. Non si tratta di essere pessimisti ma di sano realismo. Il reattore nucleare finlandese ad acqua pressurizzata ha richiesto 16 anni per essere costruito, con costi di 4 volte superiori al budget. Stessa situazione per il reattore francese in Bassa Normandia, patria del vecchio nucleare, dove ancora la centrale non è finita.

Ma supponiamo di arrivare al 2040 avendo investito con decisione nel nucleare di quarta generazione sottraendo centinaia di miliardi a solare, eolico e alle altre fonti rinnovabili. Potremmo avere un po’ di centrali atomiche europee pronte ad entrare in funzione, ma intanto la temperatura media del pianeta potrebbe aver raggiunto il punto di non ritorno.  Tutto questo ovviamente essendo riusciti a far accettare ai cittadini europei i rischi associati alla fissione dell’atomo e la disponibilità a convivere con i siti di stoccaggio delle scorie radioattive. In questo scenario “nucleare”, quale sarebbe il contributo al fabbisogno energetico europeo per gli impieghi elettrici? Una quota che potremmo comunque ottenere con solare, eolico e sistemi di stoccaggio dell’energia efficienti e con costi decisamente inferiori, se solo ci credessimo fino in fondo.

 

I mini-reattori nucleari

Dato che i grandi impianti da 1.000 megawatt e oltre sono decisamente ingombranti, qualcuno suggerisce di ripiegare sugli Small Modular Reactors. Idea affascinante quella di riempire l’Italia di reattori sotto i 300 megawatt, raffreddati a elio o a sali fusi. Compatti, fabbricati in serie, con costi ridotti, un paio di miliardi di euro l’uno, e combustibili che durano di più e riducono le scorie.  Purtroppo, c’è il rovescio della medaglia, rappresentato dal fatto che una rete di piccoli reattori necessita di fabbriche di combustibile e impianti per arricchire l’uranio, a meno di utilizzare l’uranio naturale prelevato dalle miniere, impiegando acqua pesante e impianti per ricavarla dal mare. Si potrebbe usare il torio, ma oggi non si sta investendo su questa tecnologia. Oppure il plutonio che, però, serve a fare le bombe e potrebbe finire nelle mani sbagliate. Va poi attivata una rete di trasporti di sostanze radioattive per portare le barre di combustibile ai mini-reattori e quelle esaurite nei centri dove possano essere riprocessate, a meno che non vengano stoccate in tanti piccoli depositi, vicino a tante piccole centrali. Ma anche le reti di trasporto si guastano e sono a rischio di incidenti. Davvero vogliamo imbarcarci in questa avventura?


Conclusioni

Usare la “tassonomia” degli investimenti verdi per finanziare il nucleare con risorse pubbliche, serve alla Francia per sistemare le proprie centrali obsolete, non all’Europa per sconfiggere la crisi climatica. L’energia dell’atomo non è un’energia pulita e sicura e non rappresenta un’alternativa ecologicamente sostenibile ai combustibili fossili. Se si solleva il velo del greenwashing, vediamo che il nucleare non può ridurre i prezzi di oggi del gas e nemmeno contribuire significativamente alla neutralità carbonica. L’unica strategia energetica vincente a nostra disposizione è quella che concentra tutte le risorse e gli investimenti sul sole, sul vento e sulle maree.  Non è certo un caso se nel 2020 nel mondo sono stati installati 3 GW di nucleare contro i 290 GW di rinnovabili.